La “roba” fa dimenticare il vero valore della vita

Catanese di nascita, Verga forgia la sua formazione letteraria prima a Firenze e poi a Milano. Ma è alle esperienze adolescenziali e ai ricordi legati alla campagna siciliana che attinge e si ispira quando scrive le sue opere. Sono ricordi di gente remissiva, che svolge umili lavori, di terre assolate, immense, dove il tempo trascorre lento. Descrive con naturalezza e profondità la vita di quelle persone, che definisce “Vinti”.

“La Roba” è tra le sue novelle più rappresentative. Narra di Mazzarò che, riscattatosi mirabilmente dal punto di vista economico-sociale, ha sviluppato però nel tempo un attaccamento morboso alla sua roba. L’800 è il periodo in cui si passa dai latifondi gestiti dai ceti alti a quello popolare; tale cambiamento non sembra però accompagnato da un adeguato cambiamento delle persone. Gli sbagli fatti dai ricchi li fanno ora i contadini arricchiti. In questo, Verga sembra richiamare concetti del determinismo di Darwin. L’alternarsi dei punti di vista che caratterizza la prima sequenza conferisce al racconto un tono quasi fiabesco, che ricorda quello della fiaba francese “Il gatto con gli stivali”. Tale tono viene ancor più accresciuto dall’uso di iperboli in forma di similitudini (magazzini grandi come chiese …), con le quali Verga tende ad ingigantire. Il tema trattato da Verga in questa novella non è lontano cento e più anni da noi; sono ancora molti, direi tanti, oggi i Mazzarò nella società, che soffrono di quella che si può definire una vera e propria malattia, ovvero l’attaccamento morboso agli averi. A dire il vero, forse la situazione ora è più negativa, rispetto a quella raccontata nella novella: lo stesso denaro è per noi “roba” da avere nel cassetto, nei conti in banca. Sì che il denaro deve essere posseduto, ma va usato poi coscienziosamente, per scopi e investimenti che possano portare benefici a tutti, soprattutto a chi ne ha bisogno.

Leonardo D’Angola III B Scuola Secondaria I grado “G. Pascoli” Muro Lucano (PZ)

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