La Puglia e l’eterna scelta tra lavoro e ambiente. Il caso Ilva
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Potremmo noi studenti mai pensare di entrare a scuola e trovare i banchi pieni di polvere tossica? Potrebbe un genitore temere di non vedere mai suo figlio crescere? A pensaci sembra impossibile, ma per qualcuno è parte della quotidianità. Tra emissioni di CO2, tracce di diossina nei nostri organismi e le produzioni di amianto, la Puglia rientra nelle regioni più inquinate d’Italia. L’esempio più conosciuto è l’Ilva di Taranto che, dietro gli interessi delle banche, distrugge la flora e la fauna, trasformando gli operai e la popolazione tarantina in “carne da macello”. Lo stesso accade a Brindisi o a Bari con l’industria Fibronit che, seppure chiusa da molti anni, provoca ancora oggi conseguenze sulla salute dei cittadini locali. Nonostante le promesse fatte alle famiglie delle vittime e alle comunità per i danni ambientali, la situazione resta invariata. Ma chi sono davvero i “carnefici”? Forse coloro che pongono al primo posto il profitto, non curandosi della salute pubblica. Davanti a queste tragedie siamo impotenti: un padre di famiglia non potrebbe mai scegliere di smettere di lavorare, o un ragazzo di non andare più a scuola, o pensare di trasferirsi dall’altra parte dell’Italia per la paura di ammalarsi. Ci rendiamo conto che smantellare dall’oggi al domani mega-impianti concepiti negli anni del boom industriale, ossia gli anni ’60, in cui era piuttosto scarsa la sensibilità ambientale e le conoscenze sulle ricadute nefaste dei processi produttivi, è molto difficile. A questo punto la domanda di fondo o “la madre di tutte le domande” è la seguente: si potrà mai conciliare il diritto al lavoro, quindi alla sopravvivenza e alla dignità umana, con il diritto alla salute?

Arianna Fasano, Margherita Loliva, Giovanna Martellotta, Maria Luna Nebbia, Margaret Tinella

IISS Majorana- Laterza classe IV BL

 

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