Occidentali’s Karma: una scimmia esaltata e un cantautore incompreso.

‘Essere o non essere: questo è il dilemma.’ Scriveva così Shakespeare quasi cinquecento anni fa e chissà se avrebbe mai immaginato che il suo ‘dubbio amletico’ sarebbe stato l’incipit di una canzone apparentemente spensierata e fluttuante nel mondo falso alternativo, celato da questa maschera buffa e piacevole, goffa e danzante, come la scimmia che accompagna l’indisponente Francesco Gabbani.

Avvolto da un’aura a metà tra l’apaticamente presente Battiato e un allegramente critico Celentano, il vincitore delle nuove proposte 2016 ci offre un parterre concertistico intellettuale sul quale ballare, stando attenti a non fa barcollare le nostre anime radical-chic, filo-comuniste, che nella quotidianità mera e svelata sono arriviste e rinchiuse ‘in una gabbia 2×3’. Sorridiamo al ritmo incalzante, la faccia sorniona di Gabbani che ci schiaffeggia inconsapevoli o che, molto conosci, ascoltiamo mentre ci accomodiamo nella nostra stanza 2×3, piccola come un’icona che come automi schiacciamo, per condividere le immagini di questo nostro non essere.

Siamo tutti ‘internettologi’, forse non tutti ‘soci onorari del gruppo dei selfisti anonimi’, ma di anonimo e anomalo abbiamo molto. La grande Alda Merini mi perdonerà se prendo in prestito il suo ‘infetti’, e noi non lo siamo dall’acqua che ci ha battezzato tali, ma siamo fieri della nostra infezione di acqua omologatrice: crediamo di mandare messaggi rivoluzionari, ma tutti nascosti dietro un piccolo schermo, illuminato a morte mentale, una romantica celebrazione funeraria. L’unica acqua a cui attingiamo è quella eraclitea, ci facciamo trasportare nel letto di questo ‘panta rei’ e scorriamo, o lasciamo che scorra, inermi e accondiscendenti. Magari ci appenderemo un cartello al collo, scrivendoci ‘A.A.A cercasi storie dal gran finale’, aspettando che il dio calcolatore accenda i suoi neuroni programmati e, ad intermittenza, invii codici e combinazioni utili per il nostro spirito. ‘Spera, (sì)!’ E inutili ci dedichiamo alla nostra leggerezza effimera, stereotipati professiamo un amore per la calma e la giustizia delle nostre azioni, affascinati e guidati da un Oriente karmistico che sembra poterci redimere e punire: tutto ciò che fai, nel bene e nel male, ti ritorna. La denuncia forte, ed ancora più implicita, è forse proprio la perdita di una vera e propria identità occidentale che ci sembra solo consumistica e lontana dalla sensibilità umana: ma questa sensibilità chi la ignora? Chi ansima dinnanzi ai mantra, alle contaminazioni spirituali? Chi punta il dito verso ‘i diversi’, il liberi di pensiero? Nessuno, probabilmente neanche Gabbani, che è un’alfa innanzi a immensi omega impercorribili, perché nessuno è un totalmente libero. Ci lasciamo infettare da ‘gocce di Chanel’ per adornare corpi uguali, travestiti nello stesso modo, convinti che stiamo imbastendo un abito nuovo, mai visto, convinti che esso ci proteggerà, ci terrà lontano dagli indegni di noi, supponenti e saccenti.

‘Ci metteremo in salvo dall’odore dei nostri simili,’ mentre chiederemo il costo del loro ultimo acquisto, il prezzo della vendita della loro originalità. Ecco questo testo che parola smarrita mi riporta alla mente: originalità. Questa miscredente, ormai vittima di una quasi estinzione, occhio negativamente eccessivo il mio, che guarda annoiato anche lui ormai. E forse i veri originali non erano i primitivi? Gli uomini del Neolitico? Queste scimmie, questo istinto, che sopiti, tentano di evadere, di rialzarsi da un sonno lungo una vita, profumato e imbellettato, che si denuda e attua la sua muta, si scuce la finzione e agogna il suo essere sapiens e non necessariamente sapiente. Deposita le ‘intelligenze demodè’ e tenta di riprendere un concetto non orientale, ma universale: ‘Namastè’. Onoro il divino che è in te!

La nostra scimmia che si riappropria di sé e si inchina dinnanzi al pirandelliano ‘piccolo me’ e si innalza verso piani ontologici inesplorati.

Cosa temiamo? L’esporci? La vulnerabilità? L’impotenza della decisione?

Di certo la povertà del nostro animo è appostata, aspetta un passo falso per trasformarsi da oppio in cicuta. Ma la cicuta non è necessariamente la fine, può essere un’opportunità maieutica, una socratica presa di coscienza.

Gabbani è un piccolo rivoluzionario, ma nel mondo attuale sono i migliori, i valorosi senza corazza, gli armati di parola, che la manipolano e la elevano a pensiero sommo. Io personalmente lo ringrazio. Lo ringrazio per questo dolce-amaro destarmi, per avermi fatto notare con quanta superficialità ci approcciamo a ogni dramma, o ad ogni gioia, portatori di malcostume, ma esperti ricostruttori se lo si vuole.

Anche Gabbani mi perdonerà se cito la seconda mai a nessuno, Fiorella Mannoia: ‘che sia benedetta’ questa vita, questo sbagliare e questo continuo risveglio spiegazzato e composto.

Che sia benedetta questa sacrosanta aspirazione all’involuzione primordiale.

Che sia benedetta.

‘Namastè. Alè!’

 

Sara Annicchiarico, 5^A s.u.

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