Giovani e vecchi: portatori di luci diverse in un unico equilibrio

“Il mio vecchio comincia dall’alba a girare le strade/ e nessuno s’accorge che guarda e ci pensa, / lui, che un tempo era giovane, com’è giovane il mondo.” (C. Pavese)

Custodi di archivi impolverati, ricchi di memoria, gli anziani percorrono con lentezza le strade del mondo, senza disorientarsi mai. Sentieri da seguire, ostacoli da evitare, sono incisi sulla loro pelle savia, e gli insegnamenti sono promemoria saldi nelle loro menti stanche, ma ancora tese a sperimentare con curiosità, l’inesorabile. Si trascinano dietro le ombre di chi sono stati, e le loro dita ormai non bastano più per contare gli anni di vita vissuta. I loro sguardi veterani incrociano “gli occhi dei giovani che non badano al vecchio” (Pavese), osservano la loro luce vitalistica in corsa verso il futuro.

Il vecchio, che sa, viene superato dal giovane frettoloso che, rapito da sete di conoscenza e di progresso, spezza i legami con il passato. La tradizione lotta con la novità, dando vita allo scontro generazionale, alla contrapposizione dei valori di ieri e i cambiamenti di oggi.

L’energia fisica e mentale è l’arma sfoderata dai più giovani, convinti di stringere il mondo con il vigore delle proprie mani, di poter superare ogni limite, ignorano il tesoro di risorse custodito da chi ha già scritto la propria valorosa storia.

Gli studi statistici descrivono l’Italia come un Paese che, invecchiando sempre più velocemente, è destinato a diventare anziano. Nel terzo millennio, l’Italia, avrà un volto dipinto di rughe, e cercherà sostegno aggrappandosi a un bastone.

E i giovani dove saranno?

Il calo delle nascite e la fuga di massa di menti fiorenti, sono le cause principali dell’incanutimento italiano. Solo i veterani sembrano restare fedeli alle proprie radici, fermandosi a riavvolgere il nastro delle proprie origini. I ragazzi, al contrario, sono protesi al distacco, a volare via dal proprio nido in cerca di altri luoghi in cui stabilirsi; attratti dalle novità, vogliono staccarsi “per vaghezza dell’ignoto o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo” (G. Verga), dal nucleo natio.

Un allontanamento sicuramente positivo e utile per ampliare nuovi orizzonti e conoscenze, ma quante cose si perdono, ribellandosi al proprio retroterra culturale custodito dai senes?

“Dite ai giovani che il mondo esisteva già prima di loro, e ricordate ai vecchi che il mondo esisterà anche dopo di loro”, affermò Papa Paolo VI, invitando i giovani di ieri e gli anziani di domani a rompere l’incomunicabilità, cercando canali di unione.

I cantastorie vernacolari, depositari di racconti, usi, costumi e valori, hanno il ruolo di consegnare il bene della tradizione alle generazioni future, che devono predisporsi ad accettarla come punto di partenza da integrare con le fiorenti innovazioni, in modo da creare un nuovo domani che guarda con riconoscenza al passato di cui è figlio.

 

Elisa Valleri 5^A s.u

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