L’emergenza che sovverte gli equilibri di genere

Il ruolo delle donne nel movimento di Resistenza è stato rilevante, anche se a lungo misconosciuto. Le cifre ufficiali registrano 35.000 partigiane, oltre mille sono quelle cadute in combattimento e più di duemila quelle fucilate e impiccate.
Sono dati eloquenti che contribuiscono a connotare la natura del movimento di Resistenza, ma dentro questi numeri sono ancora più importanti le scelte di vita che hanno spinto queste donne a prendere parte attiva al conflitto.
Partecipare al movimento di Resistenza porta le donne a varcare quei ruoli assegnati che le confinavano in casa e in posizioni subalterne (“Mi sentivo libera, di rendermi libera”, racconta una protagonista). E’ l’emergenza che sovverte gli equilibri di genere. Si comincia sostituendo gli uomini nelle fabbriche e si arriva alla scelta di entrare o collaborare con le formazioni partigiane accettando di mettere a rischio la vita.
Siamo di fronte a uno strappo con la tradizione. L’impegno attivo delle donne si accompagna alla definizione di una nuova prospettiva personale che guarda oltre la propria famiglia e i propri affetti. I ruoli di moglie, madre, casalinga, giovane figlia (tante sono le giovanissime anche sotto i vent’anni) finiscono in secondo piano. Davanti a tutto c’è il movimento di Resistenza, che è sentito come uno strumento di riscatto personale oltre che politico e sociale.
La guerra, intervenendo come elemento di novità dirompente e facendo avanzare una diversa logica e una diversa necessità, costringe a cambiare abitudini, spinge a uscire di casa, insegna a prendere decisioni che prima non sarebbero state pensabili, obbliga all’iniziativa e al coraggio quando il coraggio e l’iniziativa diventano elemento necessario alla sopravvivenza.
Se gli uomini non possono più decidere, perché impiegati sul fronte, la decisione spetta alle donne. E’ così che decine di migliaia di giovani donne, prima di allora solo mogli e madri, vennero assunte come postine, fattorine, conducenti, impiegate, operaie…L’autonomia arriva per caso, si introduce nelle loro ordinate vite domestiche in modo furtivo e il più delle volte ha il sapore aspro della necessità; ci si trova a dover fronteggiare una situazione del tutto nuova, da sole!
I soldi: le donne, fino ad allora, erano state abituate a spenderli giorno per giorno, o a risparmiarli, a loro è sempre stata affidata la gestione quotidiana dell’economia domestica. Adesso la guerra le spinge a cercare di guadagnarli.
Racconta Adriana: “Quando scoppiò la guerra e cominciarono i richiami, dappertutto si diceva: vedrai che adesso si mettono a lavorare pure le donne. (…) e insomma da un giorno all’altro mi ritrovai impiegata alla Federconsorzi. Guadagnavo 700 lire al mese: mi sembrò di toccare il cielo con un dito. Di botto, lavorando, acquistai il diritto di uscire da sola…”
Fra le tante atrocità che non possiamo perdonare al nazifascismo vi è anche l’imposizione di un atteggiamento violento per difendersi dalla violenza. Ossia le donne hanno dovuto esercitare la violenza per difendersi dalla violenza. Il contagio della morte ha avuto la meglio su un atteggiamento storico femminile, portandole ad emulare quello maschile. Per difendersi dai violenti, la donna non ha potuto fare a meno di lasciarsi contagiare dai suoi nemici.
Leggendo tra le varie testimonianze femminili citiamo le parole di Luciana, che scrive: “Avevo 18 anni ed ero vice comandante di un distaccamento partigiano. Con altri tre partigiani abbiamo fatto saltare un pezzo di ferrovia su cui dovevano passare carri tedeschi. Un altro giorno, con due partigiane più giovani ancora di me, sul tram abbiamo disarmato due brigatisti neri. Loro non si accorsero di essere circondati o forse non si aspettavano che tre ragazze di punto in bianco tirassero fuori le pistole, facendo nello stesso tempo cadere a terra le loro armi e raccogliendole.
Oltre a combattere, le donne esercitano la funzione di staffette. In un esercito regolare queste mansioni sono compiute dagli ufficiali di collegamento. Le staffette portano ordini, messaggi, cibo, a volte anche armi. Non potendo circolare gli uomini in età di leva, sono le donne che girano mascherando, almeno durante il giorno, le funzioni militari dietro le quotidiane commissioni domestiche.
Quello delle staffette non è un ruolo residuale, chi lo svolge sperimenta una condizione di solitudine: al buio, al freddo, sotto le intemperie, camminando per chilometri e chilometri, nelle strade e nei sentieri dei boschi. Non è una mansione che si può compiere inconsapevolmente. Il continuo rischio di essere intercettate dal nemico e di conseguenza arrestate, violentate e torturate, rende queste donne innanzitutto forti dentro, pienamente coscienti del ruolo che stanno svolgendo.
Scrive Lidia Menapace, nata a Novara nel 1924, nel suo libro, “Io, partigiana” in cui racconta la sua storia di vita: “Mi trovo progressivamente, quasi senza accorgermene, dentro le faccende clandestine: ora si tratta di portare medicinali ai feriti, ora un messaggio in montagna, ora di accompagnare alla frontiera svizzera un ragazzo ebreo, ora bisogna ascoltare di nascosto Radio Londra per il lancio delle armi. Ho persino un nome di battaglia, mi chiamo Bruna e la mia amica, che è bionda, si chiama Chiara.(…) Imparo il linguaggio della clandestinità, a passare inosservata, a non fare discussioni in pubblico, a cambiare strada quando ci sono assembramenti, a non rivolgere domande personali a quelli con i quali vengo in contatto, a dimenticare nomi e indirizzi ogni volta che ho terminato una missione.”
Noi però no, noi non possiamo più trascurare i tanti nomi di quelle donne verso cui troppo a lungo siamo stati in debito di memoria. Noi ragazzi siamo convinti che è giusto valorizzare gli eroismi, ma meritano altrettanto rilievo le tante scelte “semplicemente” coraggiose e i tanti esempi di “normalità” della Resistenza.
Luciana che partorisce da sola a Napoli nell’intervallo tra 2 bombardamenti;
Bianca che con i figli, il grammofono e la cassetta dei gioielli attraversa a piedi l’Abruzzo;
Marisa che a Roma, occupata dai tedeschi, impara a sparare;
Sofia che da Milano si rifugia in un paesino al confine con la Svizzera;
Zita, la mondina di Cavriago;
Carla che durante tutta la guerra fa la postina al posto del marito;
Lucia che impara a guidare il tram a Milano e il marito non lo aspetta più:
sono solo alcune delle tante donne che, col loro formidabile impegno attivo e partecipativo, hanno avuto un ruolo primario nella guerra di Liberazione dell’Italia tutta e nella marcia per sperimentare la democrazia.

Classe 3^D
scuola secondaria di primo grado “G. Battaglini”
I.C. “A.R. Chiarelli”

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