Ai bambini non va negata l’istruzione a causa del lavoro

Lo sfruttamento minorile è iniziato dopo la prima rivoluzione industriale, agli inizi del 1800 quando, per la prima volta, sono state inserite nella società le macchine. Allora le famiglie erano molto numerose, alcune raggiungevano anche i dieci figli, e non riuscivano a sfamare tante bocche perciò, spesso, erano proprio i genitori ad affidare i figli ad un “padrone” che poteva loro garantire cibo, alloggio e qualche vestito in cambio di lavoro. I bambini venivano sfruttati soprattutto per lavorare nelle industrie (specialmente tessili), nelle miniere e nei campi. Se durante il lavoro morivano, i bambini venivano sepolti e il padrone ne comprava subito uno nuovo così da non rallentare il ritmo lavorativo.
Ancora oggi, i bambini sfruttati nel lavoro sono più di 250 milioni e, pur essendo così tanti, non sono distribuiti equamente. Essi vivono soprattutto nella parte meridionale del mondo. In quei paesi, infatti, c’è così tanta povertà che i bambini, a partire dalla tenera età, lavorano per sopravvivere. Vengono più che altro costretti a lavorare per le più importanti, potenti e ricche aziende del mondo. Lavorando non hanno la possibilità di frequentare la scuola e spesso rimangono in una situazione di totale analfabetismo per cui non saranno in grado, neanche da adulti, di difendere i propri diritti.
Purtroppo, questo fenomeno non riguarda solo i paesi meno sviluppati, ma anche l’Italia dove, nonostante esistano leggi che vietano il lavoro minorile, si calcola ci siano 120.000 bambini lavoratori che abbandonano la scuola elementare.
Lo sfruttamento minorile è una violazione dei diritti del bambino che invece di lavorare dovrebbe vivere una infanzia serena nella sua famiglia ed essere istruito.

Chiara M. Semeraro II C

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