Le “morti bianche”: quando il lavoro incontra la morte

Ogni mansione che svolgiamo nell’ambito della nostra routine quotidiana è strettamente legata al luogo in cui la svolgiamo: gli alunni trascorrono gran parte della loro giornata tra le mura scolastiche, e lo stesso si può dire per i lavoratori con i loro uffici. L’ambiente è fondamentale quando si parla di lavoro, incide fortemente sull’umore e condiziona le prestazioni lavorative – è risaputo, infatti, che un ambiente adeguato, sicuro ed accogliente renda più piacevoli e leggere le ore trascorse sul posto di lavoro. Tuttavia non è affatto raro sentir parlare di luoghi di lavoro pericolosi, alle volte fatali. Luoghi in cui viene a mancare il primo fattore che rende l’ambiente un aspetto determinante in campo lavorativo: la sicurezza. Un dato sconcertante è quello divulgato dall’INAIL sulle denunce di infortuni mortali sul posto di lavoro: nel 2017 sono state ben 1.029 (+1,1% in più rispetto al 2016). Parlando con i numeri si potrebbe ancora continuare,  con le 151 denunce avvenute nei primi tre mesi del 2018 (record negativo in assoluto, mai così tante denunce) oppure con l’ultimo triste avvenimento di Crotone, che ha fatto salire di altre due unità il numero delle vittime innocenti. Vittime di un luogo che dovrebbe essere per loro una seconda cosa e che invece è il luogo in cui fanno incontro con la morte, vittime di autorità che voltano le spalle di fronte alla tragedia – dopo dieci anni, questo aprile, dall’approvazione del “Testo unico di salute e sicurezza sul lavoro” (il principale complesso di norme in materia di sicurezza sul lavoro) che deve ancora essere applicato in alcuni dei suoi punti. È per questo, quindi, di fondamentale importanza che sempre più giovani possano avvicinarsi a questa tematica, al fine di far sorgere in loro la consapevolezza e l’abilità di riconoscere il pericolo, partendo proprio trattando la questione delle strutture scolastiche che li ospitano.

Il tema della sicurezza non si limita solo all’ambiente lavorativo, bensì anche a quello scolastico. La sicurezza degli edifici scolastici è fondamentale per la gestione delle centinaia di studenti negli istituti, non solo in casi individuali, quali infortuni ed incidenti, ma anche in condizioni di emergenza per calamità (eventi sismici, incendi e così via). Strutture adeguate, efficienti e  tenute costantemente sotto controllo permettono ai docenti di correre rischi minimi e in molti casi di salvare delle vite. E per strutture adeguate si intendono innanzitutto aule proporzionate al numero degli alunni, corridoi larghi che possano permettere di gestire grandi folle di studenti, palestre con attrezzature mantenute in buono stato (gli impianti sportivi sono i luoghi in cui si manifestano più frequentemente infortuni). Strutture adeguate sono anche apparecchiature di primo soccorso, che in condizioni di emergenza possono fare la differenza. È inaccettabile che non sia ancora obbligatorio un corso di primo soccorso somministrato agli alunni, che non esistano nelle scuole defibrillatori semiautomatici e né tantomeno personale formato per poi tornare a parlare del dramma delle cosiddette “morti bianche”. È di vitale importanza avviare un percorso di sensibilizzazione per gli studenti, affinché capiscano l’importanza della sicurezza e della prevenzione.

Questo percorso renderebbe i ragazzi di oggi uomini responsabili e coscienti, nel prossimo futuro. La prevenzione e l’attenzione al pericolo sono necessarie nella vita di tutti i giorni. L’età post-adolescenziale è anche l’età di ragazzi neopatentati, che hanno un debole senso della responsabilità quando sono alla guida. Le morti al volante lo scorso anno sono state oltre 1.500 (la nota negativa è che questo dato è sempre in aumento rispetto a quello dell’anno precedente), numero che riecheggia ancora di più se pensiamo alle cause che hanno spezzato così tante anime: alcool, eccessiva velocità, distrazione dovuta all’utilizzo dello smartphone, colpi di sonno, tragiche fatalità. Un numero che pesa molto di più perché spesso a rimetterci sono bambini, famiglie intere o ragazzi molto giovani; e tutto per delle piccole accortezze o brutte abitudini che si sviluppano nel corso degli anni. Il dato riguardo gli incidenti stradali è una statistica che non si azzererà mai, sfortunatamente, ma che di sicuro può essere drasticamente ridotta, ed è qui che parte il nostro compito di genitori, insegnanti, educatori, o più semplicemente di persone dotate di umanità. Basterebbe convincere il prossimo che al messaggio si può rispondere successivamente, che in una serata con gli amici ci si può divertire anche mantenendosi con gli alcolici. Servirebbe insegnare che la cintura di sicurezza non è scomoda, o che al massimo ci si fa l’abitudine, che non c’è bisogno di schiacciare costantemente l’acceleratore perché guidare non è una gara. Gli infortuni stradali sono una delle piaghe che più affliggono la società, ma il primo passo verso la risoluzione di questa problematica è l’informazione e la convinzione che piccoli gesti possano invertire un dato troppo negativo.

Una conoscenza quantomeno basilare delle operazioni di primissimo soccorso, una responsabilizzazione maggiore e un avvertimento immediato del pericolo cambiano l’attitudine di un soggetto di fronte all’emergenza. Lo rendono capace di gestire la situazione, di captare i rischi e i pericoli che possono presentarsi tutti i giorni nella vita quotidiana e anche a lavoro. Permettono di salvare non solo la propria vita, ma anche quella delle persone che lo circondano. Partendo dalla corsa al parco, dal sedersi in auto per recarsi a lavoro o dallo svolgere attività particolarmente logoranti, per arrivare a quando si è allo stadio oppure al centro commerciale: ogni situazione potrebbe essere la causa di una condizione di pericolo, individuale o collettivo, per una casualità o per la negligenza di altri individui. Ogni evento è potenzialmente rischioso, ma la differenza fra la vita e la morte, fra il benessere e il malessere, la fa la formazione, la capacità di non farsi trovare impreparati e la sveltezza nell’agire. Tutto ciò deriva da un percorso di formazione, informazione e sensibilizzazione.

Questo impegno verso la maggior diffusione possibile di informazioni riguardo la sicurezza, previdenza e assistenza è merito anche dell’azione dell’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), un ente pubblico che si prefigge come scopo quello di gestire il campo della sicurezza e previdenza in ambito lavorativo. È in primissima linea nelle operazioni di welfare (o Stato sociale, ossia una forma di Stato in cui lo Stato stesso si adopera per l’esecuzione di tutti quegli adempimenti che garantiscano il benessere pubblico), imponendo innanzitutto un’assicurazione obbligatoria per gli infortuni sul posto di lavoro, in modo tale che i lavoratori stessi siano protetti e tutelati. Si impegna inoltre anche nel reinserimento nel mondo del lavoro di questi soggetti che hanno sofferto di malattie professionali derivanti dalla loro attività lavorativa. Inoltre, l’ente non protegge solo la situazione del lavoratore infortunato, ma anche quella del suo datore di lavoro, in quanto è esonerato dai danni subiti dal lavoratore stesso. Svolge attività di ricerca, sviluppo e sperimentazione, seguendo i principi della medicina del lavoro e dell’evoluzione tecnologica che sono in continuo progresso. È intensamente attivo anche nelle opere di formazione e informazione, attraverso numerosi progetti con le scuole che hanno il fine di diffondere tra i ragazzi il senso di responsabilità, l’attenzione alla salute, alla sicurezza e soprattutto alla prevenzione. Come già detto, l’assicurazione all’INAIL è obbligatoria, e prevede il pagamento di un premio assicurativo. Per garantire l’obbligatorietà, e quindi evitare che accadano infortuni a lavoratori scoperti da assicurazione, l’INAIL coopera con altri organi ed enti, quali l’INPS (Istituto Nazionale della Previdenza Sociale) e il SPSAL (Servizio per la Prevenzione e la Sicurezza negli Ambienti di Lavoro). È giusto, quindi, riconoscere l’impegno di un ente che ha come scopo primario quello di tutelare e proteggere i lavoratori e di creare, per quanto possibile, un ambiente sicuro e privo di rischi.

In conclusione, attraverso un lungo percorso volto alla sensibilizzazione e alla responsabilizzazione che deve partire quando si è ancora bambini, affinché questi principi piantino le loro salde radici nelle coscienze delle persone, è possibile un cambiamento di rotta. È necessario comprendere quanto sia vicino e concreto il pericolo, cercare di riconoscere le situazioni rischiose per eluderle e apportare dei piccoli cambiamenti al proprio modo di affrontare la vita. Informarsi in maniera saggia, diffondere quante più informazioni, avere una formazione anche minima in ambito di prevenzione e sicurezza possono fare la differenza. Una maggiore capacità di controllo, una consapevolezza di sé stessi e del pericolo, unite a tutte le misure di sicurezza prese dagli enti, sono l’unico modo che la società moderna ha di abbattere la negatività dei dati sopra citati.

Michele Penza, V A

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