Incursione nelle pieghe più oscure del calcio .Quando la storia smette di essere maestra di vita è in agguato lo spettro delle semplificazioni

Cosa resta degli “ideali” che ottant’anni fa resero possibile l’emanazione delle leggi razziali anche in Italia? A giudicare dai commenti espressi dalle frange più accanite di alcune tifoserie calcistiche locali, ancora molto. Basta, infatti, dialogare con alcuni esponenti di questo mondo per capire come essi si considerino dei naziskin “mossi dalla voglia di difendere la propria terra, la propria gente, la propria razza, la propria cultura” e come rintraccino l’origine di tale “missione” nell’azione delle SS di cui confessano che avrebbero sicuramente fatto parte, se fossero vissuti in quegli anni. Liquidano il genocidio degli Ebrei, con un “ci sarà un motivo se questa razza viene perseguitata fin dai tempi degli Egiziani” e giustificano l’uso in senso dispregiativo della parola “ebreo”. Quando si tocca l’argomento dell’uso dell’immagine di Anne Frank sulla maglietta della Roma, replicano parlando di unagoliardata” e sminuiscono tutto il valore del suo Diario. La rabbia e l’incredulità di fronte a tali affermazioni suscitano una considerazione sui rischi prodotti dall’ignoranza della storia. Se i tifosi in questione avessero studiato, infatti, questa vergognosa pagina di storia, avrebbero appreso che le SS, da loro tanto decantate, difendevano la razza uccidendo i bambini nelle camere a gas, usando i neonati nel tiro al piattello e commettendo altre atrocità simili. E forse non sarebbero dalla parte dei naziskin, ma di quanti fanno memoria del genocidio degli Ebrei della loro sofferenza e discriminazione. Forse ascolterebbero il monito di Primo Levi: meditare su ciò che è stato e farne memoria con i propri figli per evitare che essi “torcano il viso dai propri padri”.

Defazio Denise

I^A ODO

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